|
Lectio Divina
domenica 30 maggio 2010 - SS. TRINITA' , anno c)
VENI CREATOR
Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato.
Dolce consolatore, dono del Padre altissimo, acqua viva, fuoco, amore, santo crisma dell'anima.
Dito della mano di Dio, promesso dal Salvatore, irradia i tuoi sette doni, suscita in noi la parola.
Sii luce all'intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore.
Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida invincibile ci preservi dal male.
Luce d'eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore. AMEN
Prima parte: ricerca attenta sulle Scritture, sulla Tradizione, sulla vita.
LETTURA: Vangelo: Giovanni 16,12-15
12 Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; 13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. 15 Tutte le cose che ha il Padre, sono mie; per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà
COMPRENSIONE DEL TESTO ALLA LUCE DEI BRANI PARALLELI DELLA SCRITTURA E DELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA (Cosa dice la Parola in sé)
Il brano del Vangelo di Giovanni che la liturgia ci propone fa parte dell'ultimo grande discorso di Gesù (13,31-17,26) che a sua volta è inserito nel complesso più ampio dei capitoli 13-17. Nella prima parte del Vangelo (1-12), denominata il Libro dei Segni, Giovanni ha la tendenza a raccontare la storia del segno compiuto da Gesù facendola seguire da un discorso che lo interpreta. Nella seconda parte (13-21), Libro della Gloria, invece il modello è rovesciato. L'ultimo discorso spiega il significato e le implicazione del ritorno al Padre da parte di Gesù; ma esso precede l'evento che spiega. La ragione di questo capovolgimento dello schema è semplice: sarebbe poco opportuno interrompere l'azione della passione, morte e risurrezione; e si verrebbe a pregiudicare il punto culminante della narrazione collocando un discorso così lungo dopo la risurrezione. Inoltre, secondo la psicologia che presiede all'opera dell'evangelista, i discepoli, che sarebbero stati colpiti dalla passione e morte di Gesù, dovevano esservi preparati dalla spiegazione e consolazione del Maestro. L'ultimo discorso non è semplicemente un altro dei discorsi che interpretano un segno. La Pasqua di Gesù esce dalla categoria del segno per penetrare nel regno della gloria; con essa, Gesù rende presenti e disponibili agli uomini le realtà significate nei sette Segni narrati nella prima parte del Vangelo. I discorsi del Libro dei Segni erano pronunciati su uno sfondo di rifiuto da parte del mondo. Nell'ultimo discorso, invece, Gesù parla ai "suoi" (13,1), per i quali, nell'immensità del suo amore, è pronto a offrire la sua vita (15,13). Il Gesù che parla qui trascende il tempo e lo spazio; è un Gesù già in cammino verso il Padre, e la sua preoccupazione è di non abbandonare i credenti in Lui che devono rimanere nel mondo (14,18; 17,11). Anche se parla nell'ultima cena, in realtà parla dal cielo; sebbene parli ai suoi discepoli, le sue parole sono rivolte ai cristiani di tutti i tempi. L'ultimo discorso è il testamento di Gesù. Tuttavia non è come gli altri testamenti: parole scritte di uomini che sono morti e non possono più parlare. La luce della Pasqua e la venuta del Paraclito lo rendono un discorso vivo, trasmesso non da un morto, ma da colui che da la vita (6,57) a tutti i lettori del Vangelo. L'intero complesso Gv 13-17, a cui fa capo l'ultimo grande discorso, si può dividere in quattro grandi sezioni: a) la prima è quella che da l'ambientazione (13,1-35), l'ultima cena, e presenta il tema fondamentale dell'addio per un ultimo supremo servizio di amore; b) nella seconda (13,36-14,31): dopo una breve introduzione con la predizione del rinnegamento di Simon Pietro (13,36-38), inizia l'ultimo grande discorso affrontando i temi della fede e dell'amore come risposta al turbamento dei discepoli per la prossima partenza di Gesù; c) la terza sezione (15,1-16,33), in parte parallela alla seconda, continua a trattare i temi dell'amore e della fede come risposta all'odio del mondo; d) la quarta sezione (17,1-36), infine, è la solenne preghiera di Gesù al Padre per sé, per gli apostoli, per i futuri credenti. Tutto il discorso è stato strutturato dal redattore secondo il modello del genere letterario dei "discorsi di addio". Di questo genere letterario troviamo già degli esempi nell'Antico Testamento. In particolare negli ammonimenti e le benedizioni di Giacobbe prima della morte (Gen 47,29-49,33) ed ancora nei lunghi discorsi di Mosè e relative benedizioni del libro del Deuteronomio. La sezione 16,4b-33, da cui è tratta la nostra pericope, è divisa, a sua volta, in tre unità: 1) la venuta e la missione del Paraclito (16,4b-15), 2) il ritorno di Gesù (16,16-24), 3) ultimi moniti (16, 25-33). La promessa dello Spirito è preceduta da una lunga elaborata introduzione (16,4b-7). Segue la prima breve unità letteraria sulla triplice missione forense del Paraclito riguardo al mondo (16, 8-11). Il v. 12 costituisce il passaggio alla seconda, breve unità letteraria sul ruolo del Paraclito come maestro dei discepoli (16, 13-15) che risulta essere duplicato in 14,26. Nel v. 12, Gesù annuncia ai discepoli che solo dopo la risurrezione ci sarà la piena comprensione di quanto è accaduto ed è stato detto durante il suo ministero. Così siamo condotti al v. 13 e al Paraclito come colui che guida i discepoli alla verità piena. La guida del Paraclito lungo la via della verità tutta intera implica non soltanto una più profonda comprensione intellettuale delle Parole di Gesù, ma anche un modo di vivere conforme all'insegnamento ricevuto, come riecheggia in alcuni passi veterotestamentari: "Il suo spirito buono mi guidi in terra piana" (Sal 143,10); "insegnami, Signore, i tuoi sentieri, guidami nella tua verità" (Sal 25,4-5). Inoltre il ruolo di guidare gli uomini era attribuito alla Sapienza (Sap 9, 11; 10,10); e come la figura del Gesù giovanneo è modellata sulla divina Sapienza personificata, così lo è anche la figura del Paraclito. In 8,31-32, Gesù aveva promesso: "Se rimanete nella mia parola, sarete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità". Ciò si compie nello e in virtù dello Spirito. In At 8, 29-31, l'eunuco non riesce a comprendere che il quarto carme del servo di JWHW (Is 53) si riferisce a Gesù fino a quando non è guidato da Filippo che a sua volta è sotto l'azione dello Spirito. L'accento a tutta intera la verità nel v. 13 (cfr 14,26) sottolinea che la missione del Paraclito è parallela a quella di Gesù. Anche lui è maestro e guida. L'ambito della guida del Paraclito è però la rivelazione di Gesù, pienamente compresa. "Non parlerà infatti da se stesso, ma quanto sentirà lo dirà": Gesù definisce allo stesso modo la sua rivelazione nei confronti del Padre (cfr 3, 32; 5,30). Qui non è identificata la persona da cui sente; ma ciò non ha grande importanza perché il Padre e il Figlio "sono uno" (16,15). "Vi annuncerà le cose future": il verbo utilizzato, anangellein, annunziare, proviene dalla tradizione apocalittica (cfr Dn 2,2.4.7.9), dove non indica una nuova rivelazione, ma l'interpretazione delle visioni o la rivelazione dei misteri. In questo senso, lo Spirito non rivelerebbe qualcosa di nuovo, ma interpreterebbe la rivelazione storica di Gesù, in relazione al futuro escatologico. L'annuncio delle cose future consiste nell'interpretare in rapporto a ogni generazione futura il significato contemporaneo dell'opera di Gesù. La migliore preparazione cristiana a ciò che avverrà non è una esatta precognizione del futuro, ma una profonda comprensione di ciò che Gesù significa per il tempo di ognuno. Il v. 14 rafforza il concetto che il Consolatore non porti alcuna nuova rivelazione in quanto riceve da Gesù Cristo quanto annuncerà ai discepoli. Come Gesù glorifica il Padre (17,1.4) rivelando agli uomini il suo amore e la sua potenza salvifica; lo Spirito glorifica Gesù rivelandolo agli uomini continuando la sua stessa rivelazione. Per i Sinottici, il Figlio dell'uomo verrà nella gloria nell'ultimo giorno (cfr Mc 13,26), ma per Giovanni c'è già gloria nella presenza di Gesù nel Paraclito e mediante il Paraclito. Il v. 15 accenna indirettamente al rapporto del Consolatore col Padre e col Figlio. Nell'annunciare o interpretare il mistero di Gesù, il Paraclito in realtà interpreta il Padre agli uomini; in quanto il Padre e il Figlio possiedono tutto in comune. L'ultima fonte della rivelazione è il Padre, nella sua essenziale unità con il Figlio. Più tardi i teologi orientali e occidentali discuteranno se lo Spirito procede dal Padre, o dal Padre e dal Figlio. Nel pensiero dell'autore del quarto Vangelo sarebbe incomprensibile che il Paraclito avesse qualcosa da Gesù e non dal Padre, ma tutto ciò che Egli ha è di Gesù.
SINOSSI DELLE TRE LETTURE Nella prima lettura (Pr 8,22-31), la Sapienza viene presentata come persona. Essa rivela la sua origine (Pr 8,22-26), la parte attiva che ebbe nella creazione (Pr 8,27-30) e la missione che deve svolgere presso gli uomini per condurli a Dio (Pr 8,31). La Sapienza è eterna come Dio (Pr 8,23); è generata da Dio (Pr 8,24) prima che venissero create tutte le sue opere. Era presente presso Dio durante la creazione (Pr 8,27-30). In questo brano inoltre, essa è nominata tra Dio e gli uomini. All'inizio è nominato il Signore (Pr 8,22), alla fine gli uomini (Pr 8,31); al centro del brano troviamo l'"Io" personale della Sapienza (Pr 8,25.27.30). Essa si trova tra Dio e gli uomini. Dio ha ordinato il mondo in vista del suo incontro con l'uomo e tale piano è presentato come una persona. Quando l'Unigenito Dio si è fatto carne, questa Sapienza ha ricevuto un nome: Gesù Cristo (cfr Gv 1). Nel brano di Pr 8,22-31 e, ancora di più in Sir 24, ad esso parallelo, si è colpiti da alcune espressioni che annunciano una teologia della Trinità: la Sapienza è nello stesso tempo unita intimamente a Dio e distinta da Lui, caratteristiche che più tardi si applicheranno sia alla persona del Verbo, che a quella dello Spirito. La dottrina sulla Sapienza sarà ripresa nel Nuovo Testamento che le farà compiere un progresso nuovo e decisivo applicandola a Gesù Cristo. Egli viene presentato come la Sapienza di Dio (Mt 11,19; 23,34-36; Lc 11,49; 1 Cor 1,24-30). Come la Sapienza, Egli partecipa alla creazione e conservazione del mondo (Col 1,16-17), protegge Israele (1 Cor 10,4). Inoltre, il quarto evangelista, nel prologo, attribuisce al Logos molti tratti della Sapienza creatrice e in tutto il Vangelo presenta Cristo come la Sapienza di Dio, che è venuta a parlare agli uomini, a rivelare loro la verità e dare loro la vita. Ma quando Egli, dopo aver compiuto l'opera che il Padre gli aveva dato da compiere e dopo aver amato i suoi fino al compimento, torna nel seno del Padre non abbandona i suoi discepoli e, in essi, ciascun credente: il suo Spirito, l'altro Consolatore, mandato dal Padre, li guida "alla verità tutta intera" (Gv 16,13a). Man mano si chiarisce ai loro occhi il senso cristiano della storia e della salvezza. Nell'azione dello Spirito, continuano a sperimentare l'amore che il Padre riversa su di loro per mezzo di Gesù Cristo. E questo è, come sottolinea la seconda lettura (Rom 5,1-5), il fondamento della Speranza cristiana. Una Speranza che "non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rom 5,5).
MEDITAZIONE
Gv. 14,16-17 e Gv. 16,13-15
Sono due testi molto ricchi in se stessi, ma ancora più se colti nell'insieme di quegli ultimi discorsi di Gesù che solo Giovanni registra, quasi a mo' di testamento del Signore. Nell'imminenza della sua "ora" (cfr. Gv.13,1): della passione, morte e resurrezione, Egli affida ai suoi, insieme al "comandamento nuovo dell'amore" (Gv. 13,34) e alla promessa del suo ritorno, anche l'annuncio dell'invio dello Spirito Santo che avrà il compito di proseguire nella Chiesa e nel cuore dei fedeli, l'opera sua che sostanzialmente è rivelare la verità di Dio come Amore.
cap.14,16-17 Le parole rivelative ruotano attorno ai protagonisti: Gesù in atteggiamento orante, il Padre che darà il Paraclito (l'Avvocato, il Consolatore), lo Spirito della Verità che viene comunicato. C'è anche il mondo (inteso come realtà chiusa a Dio) e ci sono i discepoli , veri destinatari dello Spirito che è "Spirito di Verità" (v.16). cap.16,13-15 Qui ancora e centralmente i protagonisti sono le Persone divine nella loro opera salvifica. Lo Spirito della Verità guiderà alla verità intera che è in riferimento a quanto Gesù è: "Io sono la Verità" (14,6) e a quanto è venuto a rivelare a sua volta in riferimento al Padre: "Vi ho detto la verità udita da Dio" (8,40), "Tutto ciò che ho udito dal Padre ve l'ho fatto conoscere" (15,15). La breve pericope esprime strutturalmente la circolarità comunicativa e rivelativa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
cap.14,16 È Gesù stesso a pregare, perché possiamo ottenere dal Padre lo Spirito Santo che, proprio perché Spirito di Verità, è Paraclito (nostro difensore, nostro Consolatore). In Lc.11 Gesù ci sollecita a pregare a nostra volta il Padre nell'assoluta certezza di ottenere lo Spirito Santo. v.17 C'è una situazione discriminante: "I discepoli (voi) possono ricevere e conoscere lo Spirito di Verità che "rimane" in loro (notare la forza del verbo "rimanere" tante volte ripetuta in Giovanni); il mondo, inteso nel senso di realtà negativa, non lo può. E perché non può? "Perché non lo vede e non lo conosce" con gli occhi del cuore illuminati dal Padre (cfr. Ef.1,17). Il conoscerlo, invece dei discepoli, cioè l'entrare in intimità con Lui, dipende dal fatto ch'Egli dimora, rimane presso di loro e in loro, vale a dire nelle profondità di un cuore desto, consapevole, in dinamica di conversione. "NON SAPETE CHE SIETE TEMPIO DI DIO E CHE LO SPIRITO DI DIO ABITA IN VOI?" (1 Cor.3,16). cap.16,13-15 Lo Spirito di Verità non è venuto a svelarci nulla di nuovo. Gesù infatti dice: "EGLI PRENDERÀ DEL MIO E VE LO ANNUNZIERÀ" (v.14). Gesù è il grande compimento della rivelazione che il Padre, nel suo progetto d'amore, ha voluto. Lo Spirito è Spirito di Verità proprio perché ne dà l'interpretazione, la piena intelligenza e la possibilità di assimilarla a livelli profondi e vitali. Lo Spirito è Spirito di Verità perché, procedendo dal Padre, rende testimonianza a Gesù e ci fa testimoni di Lui (cfr. 15,26). Ci sono due tempi nella storia rivelativa della salvezza. Il primo è quello di Gesù nella sua missione terrena; il secondo, dopo il ritorno di Gesù al Padre, è affidato allo Spirito Santo che, senza accrescere il contenuto di Verità rivelata, consente al cuore dei credenti di vedere e conoscere (con appagamento e slancio interiore di vita nuova) quel che Gesù ha rivelato dell'amore del Padre per tutti e per ciascuno.
Le conseguenze esistenziali per il battezzato (tanto più per il consacrato) sono enormi. Vivere la vita cristiana autentica è avere questa convinzione salda e forte: nel fondo del mio essere non c'è il vuoto, né solo le mie complessità psichiche. Nel più profondo di me c'è Dio. Il suo Spirito (14,17), più intimo a me di me stesso/a , è all'opera se gli consento di agire. Che cosa fare per prenderne atto, in concreto? Una frase di Esichio di Batos è indicativa: "COLUI CHE SI VOLGE AL SOLE, NE È ILLUMINATO, COSÌ COLUI CHE SI VOLGE A DIO NELLO SPAZIO PROFONDO DEL CUORE, APRE GLI OCCHI E LA LUCE LO ILLUMINERÀ". Alcuni esercizi pratici si pongono come necessari: Tornare spesso al nostro cuore ("Rediamus ad cor"- S.Agostino); prendere contatto, in un costante movimento di fede vissuta, con lo Spirito presente che, interiormente, mi rivela la Verità dell'amore del Padre e di Gesù, mi vuole liberare dalla paura e darmi la pace, la sua pace (cfr. Gv.14,27). Essere lucidi sulla realtà del cuore. Lo Spirito è lo Spirito di Verità pure nel "convincerci del peccato" (cfr. Gv.16,8). Anche quando, per grazia, non ci sono colpe gravi, quanti "cocci", "terra" e "rovi"" ingombrano il cuore! Ritorno dunque al cuore per vivere l'inabitazione dello Spirito in me, ma anche per smascherare con la sua luce pensieri di orgoglio, desideri egoistici, rancori, soprattutto non accettazione di me e di altri... Credere dentro la concretezza dei giorni, che è lo Spirito di Verità a guidarmi, a poco a poco, alla verità tutta intera (16,13). E l'intera verità è che Dio è Amore (1Gv.4,16) e mi ha amata per primo (1Gv.4,10), mi ha scelta ed eletta ancor prima della fondazione del mondo (Ef.1,4) in Gesù crocifisso e risorto. Pur essendo la mia una realtà di peccato di povertà di fragilità, Egli mi salva se accetto di convertirmi, cioè di porre i miei liberi "sì" a quello che, momento per momento, si rivela come volontà di Dio; ed è la forza dello Spirito di Verità che mi illumina, facendomi scoprire "ciò che è gradito a Dio" (cfr. Sap.9,10). È Lui che mi rinvigorisce potentemente (cfr. Ef.3,16) nella volontà perché lo segua con determinazione di amore.
IMPEGNO DI FARE SCELTE IN CONFORMITA ALLA PAROLA (Cosa decido di fare alla luce della Parola)
Sono profondamente convinto che la Verità di Dio è il suo essere Amore? Mi percepisco amata, eletta, benedetta, inabitata nel profondo del mio cuore? Oppure avverto troppo spesso senso di vuoto, di smarrimento, di isolamento, di confusione e paura? Davanti alla verità di me stessa che è peccato, impotenza, "sclerocardia" (cuore indurito), facile cedimento all'invasione nel cuore di sensi di colpa o sensi d'inferiorità o di superficialità e non amore, come reagisco? Invocando lo Spirito che cambia il cuore di pietra in cuore di carne (cfr. Ez.36,26), oppure con ripiegamento su di me, scoraggiamento o presuntuoso volontarismo?
PREGHIERA COME RISPOSTA AL SIGNORE (Cosa mi fa dire la Parola)
Anzitutto mi esercito nella discesa al cuore, tramite l'immaginazione. Immagino una scala che poggia, con la sommità alla testa e, con la base, al cuore. Mi vedo scendere lentamente gradino per gradino, mentre conto mentalmente da 10 a 0.mPoi sosto alle radici del mio essere, in quel tempio abitato dallo Spirito che sono io, nel mio cuore profondo. Consegno quello che in esso si agita al Signore e prego:
"Spirito Santo, anima dell'anima mia, svelami tutta la verità del Dio Amore nella mia vita. Sposo del mio esistere nel tempo e nell'eternità, fa' che ti accolga nella quotidianità dei miei giorni, ti accolga in un movimento semplice e il più possibile frequente di ritorno alle radici di me, al mio cuore profondo; e accetti anche la verità di me stessa, mi converta credendo fermamente che Dio è più grande di questo mio cuore (cfr.1Gv.3,20) e continua ad amarmi per primo (cfr. Gv.4,19)."
CONTEMPLAZIONE DI DIO COL CUORE (Come gusto la Parola)
Chi parla della carità, già parla di Dio stesso. Ma chi fa un discorso su Dio lo fa in termini malsicuri e rischiosi che richiedono somma cautela. Il parlare di Dio è appena possibile agli angeli che lo vedono secondo la capacità che loro elargisce la divina illumuiazione. Dio, infatti, è amore, ma chi volesse definirne con precisione l'essere assomiglierebbe a un cieco che stando nell'abisso del mare voglia misurarne le arene [...]. Beato colui che ha un tale amore di Dio che assomiglia a quello che ha l'innamorato fino alla pazzia per la propria amata, felice chi ha il timore del Signore come mostra di averne il condannato per il proprio giudice. Beato colui che lotta senza mai stancarsi per rendersi propizio il Signore come altri fanno per captare la benevolenza degli uomini. Chi veramente ama Dio supera in effusioni il bimbo che amorosamente si attacca alla mammella che la madre gli offre. L'innamorato non lascia passare un momento senza ricordare il volto di chi ama contemplandone nel suo cuore compiaciuto le forme [...]. Amerei ora sapere da Giacobbe come la vide lui in quella terra la scala stabile su cui salire, in qual modo erano strutturati quegli scalini che l'accesero del desiderio di scalarla. Dimmelo tu stesso, perché ogni tuo ammiratore si domanda come me quale sia il numero dei gradini che anela ascendere, quanto tempo occorra per percorrerla tutta. A me ne svelò il mistero quella regina apparsami in cielo, confidandomelo all'orecchio: «O anima innamorata, devi prima sgrossare lo spessore del corpo, altrimenti non potrai rendere acuto il tuo sguar do per ammirare la mia bellezza. Questa scala ti possa indicare la struttura del progresso spirituale. Perché tu mi veda in cima ad essa, il mio grande mistagogo te ne da la spiegazione: "Ora rimangono questre tre virtù, fede, speranza e carità, ma più grande di tutte è la carità"» (GIOVANNI CLIMACO, La scala del paradiso, Roma 1989, 348s. e 353s.,passim).
PER LA LETTURA SPIRITUALE
Lentamente ho cominciato a rendermi conto che nel grande circo, pieno di domatori di leoni e di trapezisti, che con le loro strabilianti acrobazie richiamano la nostra attenzione, la storia reale e vera era raccontata dai 'clown'. I clown non stanno al centro degli eventi. Essi appaiono tra una grande esibizione e l'altra, si muovono goffamente, cadono e ci fanno sorridere di nuovo dopo la tensione creata dagli eroi che veniamo ad ammirare. I clown non sono coordinati tra loro, non riescono nelle cose che cercano di fare, sono buffi, in precario equilibrio, e sono maldestri, ma... loro stanno dalla nostra parte. Noi non reagiamo nei loro confronti con ammirazione ma con simpatia, non con stupore ma con comprensione, non con la tensione ma con un sorriso. Degli acrobati diciamo: «Come riescono a farlo?». Dei pagliacci diciamo: «Sono come noi». I pagliacci, con una lacrima e un sorriso, ci ricordano che condividiamo le medesime debolezze umane [...]. Tra le azioni emozionanti degli eroi di questo mondo, vi è costante bisogno di clown, di persone che con la loro vita vuota e solitària - di preghiera e di contemplazione - ci rivelano l'altra faccia' e ci offrono così consolazione, conforto, speranza e un sorriso. In questa grande, indaffarata, affascinante e sconvolgente città continuiamo a sentirci tentati di unirci ai domatori di leoni e ai trapezisti che ricevono il massimo dell'attenzione. Ma ogni volta che appaiono i clown, ci viene ricordato che ciò che realmente conta è qualcosa di diverso dallo spettacolare e dal sensazionale: è ciò che accade tra una scena e l'altra. I clown, con il loro comportamento 'inutile', ci mostrano non soltanto che molte delle nostre preoccupazioni, dei nostri affanni, delle nostre ansie e tensioni hanno bisogno di un sorriso, ma che anche noi abbiamo del bianco sul nostro volto e siamo chiamati a comportarci come clown
(H.J.M. NOUWEN, I clown di Dio. Una vita spirituale per il nostro tempo, Brescia 2000, 7 e 162, passim).
Testimonianze
Quando uno riconosce nel suo passato i segni concreti della salvezza immeritata e se ne lascia toccare, tutto cambia. Egli capisce che, se il suo peso è stato così spesso portato dagli altri, è giusto che anche lui manifesti altrettanto concretamente la stessa disponibilità. L'abbiamo già detto: chi entra in questa logica non si sente né un eroe né un santo; ha semplicemente coscienza di restituire qualche cosa del molto di più che ha ricevuto. Viene naturale caricarsi del peso degli altri quando ci si scopre già portati dagli altri. In altro modo sarebbe molto pericoloso. È pericoloso pretendere di portare o sentirsi costretti a sopportare certi pesi, senza aver prima constatato quanto spesso abbiamo goduto di questo stesso servizio. Nasce il "complesso di Atlante", questo personaggio mitologico condannato a portare tutto il peso del mondo, del suo mondo, sulle proprie spalle. Un complesso che fa di alcuni delle vittime o dei capri espiatori, di altri dei mascalzoni o degli incontaminati dal male. La conseguenza è che i primi, con tutta la loro buona volontà (forse troppa) vengono meno sotto un peso troppo grande, oppure lo portano con fare serioso in modo che tutti se se accorgano, così da diventare loro stessi, per assurdo, il vero peso della comunità, molto difficile da portare. Mentre i secondi, per legittima difesa, preferiranno ognuno farsi gli affari propri... Non è il mito di Atlante l'ideale del cristiano. Il nostro caricarci il peso altrui non è né una condanna né uno stratagemma perfezionistico: è un'esigenza dettata dall'amore. È un amore che, nascendo dalla scoperta d'essere stati tanto amati, diventa per forza intrinseca donazione di sé. È questa in fondo la vera maturità affettiva: passare dall'amore ricevuto all'amore donato, attraverso una fraterna disponibilità a portare un po' della debolezza degli altri. Un po', non tutta, ed è un'altra differenza rispetto alla impossibile fatica di Atlante: noi non possiamo pretendere di... portare l'altro in braccio, di assumerci totalmente l'onere della sua realtà. Non è possibile e non sarebbe vero aiuto. Noi non siamo il buon pastore: possiamo solo metterci a fianco e dare una mano, magari rischiando di essere fraintesi o di far la parte del fesso che paga per gli altri. È sempre l'amore che fa capire fin dove arrivare, quali i limiti da non oltrepassare per non essere invadenti, quale la discrezione per porgere un aiuto che non umili nessuno. L'agnello innocente, che resta muto di fronte ai suoi tosatori, resta sempre il più grande esempio per chi vuoi caricarsi sulle spalle il peccato del fratello.
Amedeo Cencini Da «Testimoni», Bologna, 30 maggio 1985, p. 3
Scuola di Preghiera
- L'INNO ANGELICO: IL "GLORIA"
Alla nascita di Gesù l'evangelista Luca ci mostra gli angeli che innalzano a Dio l'inno di lode per la manifestazione del mistero della redenzione che rifulge nell'incarnazione del Verbo. Nel loro canto tutta la creazione gioisce e giubila per la nascita del redentore ed il breve cantico lucano diviene la base per quello più ampio e articolato che sarà il "Gloria" liturgico, la grande dossologia che viene cantata durante la Messa. Il Gloria di Luca, nella sua brevità, ci presenta in sintesi l'atteggiamento fondamentale della preghiera cristiana: la lode a Dio, Creatore e Redentore che abita nei cieli, ovvero vive nella sua trascendenza infinita, e che dona la pace a tutti coloro che accolgono il suo amore e la sua benevolenza, sono gli "uomini che egli ama" e i destinatari della pace messianica portata da Cristo. Tutto il testo del "Gloria" liturgico amplia questa lode a Dio secondo uno schema trinitario che la erisce intimamente nella storia della salvezza. Dio viene lodato per ciò che concretamente ha fatto per noi, così come nella storia della salvezza ha manifestato: nel Padre Creatore, nel Figlio Redentore e nello Spirito santificatore. Gli atteggiamenti di preghiera suggeriti dall'inno sono tanti: "Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti rendiamo grazie,...abbi pietà di noi...". L'inno raccoglie in un unico slancio di lode la preghiera del cristiano che celebra la gloria di Dio. Questo termine "gloria" traduce il termine biblico che descrive la manifestazione dello splendore, la "kabòd"; è la bellezza di Dio che si rivela agli uomini con tutta la sua potenza e il suo "peso", secondo l'etimologia stessa della parola ebraica. In questo senso dal "Gloria" noi impariamo a riconoscere la grandezza di Dio e a lodarlo per la sua esistenza, per la sua grandezza, per il suo amore, per la sua misericordia infinita, in una parola perché è Dio. E' la preghiera in cui celebriamo Dio in modo gratuito, libero, entusiasta, assimilandoci in questo atteggiamento agli angeli.
Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre Onnipotente, Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo. Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica, tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l'Altissimo, Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.
(Ringrazio sentitamente la sig.na Sciobica Alessandra per il suo lavoro al computer) |
 |
|
|
 |