OGGI E' :
 

 

 

 

 

LECTIO DIVINA

 

(domenica 14 marzo2010 -
IV Domenica Quaresima

anno c)



ALLO SPIRITO SANTO

 

Giorno d’immensa gioia nella città di Dio
la fiamma dello Spirito risplende nel Cenacolo.

Si rinnova il prodigio degli antichi profeti:
una mistica ebbrezza tocca la lingua e i cuori.

O stagione beata della chiesa nascente,
che accoglie nel suo grembo le primizie dei popoli!

E’ questo il giubileo dell’anno cinquantesimo,
che riscatta gli schiavi e proclama il perdono.

Manda su noi, Signore, il dono del Tuo Spirito!
Concedi al mondo inquieto la giustizia e la pace!

O Luce di Sapienza, rivelaci il mistero
del Dio Trino ed Unico, fonte di eterno Amore!
AMEN.

 

Prima parte: ricerca attenta sulle Scritture, sulla Tradizione, sulla vita.

LETTURA: Lc 15,1-3. 11-32

1 Tutti i pubblicani e i «peccatori» si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»3 Ed egli disse loro questa parabola:: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Di lì a poco, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano, e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre; ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione: corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».

 

COMPRENSIONE DEL TESTO ALLA LUCE DEI BRANI PARALLELI DELLA SCRITTURA E DELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA (Cosa dice la Parola in sé)

Penso che nella storia delle parabole raccontateci dal Signore, questa del Padre misericordioso sia stata, lungo la storia della chiesa la più "spremuta" sia in campo esegetico-spirituale che in quello pedagogico psicologico, almeno in questi ultimi anni. Eppure c'è sempre un qualcosa, un "novum" che resta a disposizione di coloro che frequentano le righe di questa pericope; non nel senso di un nuovo che stuzzica la nostra curiosità intellettuale, ma di un annuncio permanente di misericordia che fa riaffiorare la "memoria Dei" e invita alla preghiera. Attraverso la Parola del Figlio conosciamo il Padre. E in definitiva è proprio questa la missione del Figlio, far conoscere il Padre. Questa è la vita eterna: “che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Ecco delineata in questa frase tutta la nostra spiritualità di cristiani, l’essenza del nostro essere "figli di Dio" (Gv 1,12). Allora inoltriamoci nel passo evangelico che la chiesa offre oggi per la nostra vita ed ascoltiamolo con "orecchie" e "cuore” nuovo.

 

MEDITAZIONE

Siamo di fronte ad una pagina di straordinaria bellezza e profondità. È stata definita "un vangelo nel vangelo" ed è propria di Luca lo “scriba mansuetudinis Christi". Chiediamoci: perché Gesù narra questa parabola? La risposta la troviamo nei primi versetti del brano: Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse questa parabola (Lc 15,1-3). Due atteggiamenti balzano subito alla nostra attenzione, due modalità di porsi davanti a Gesù. I pubblicani e i peccatori "ascoltano" la parola di Gesù, manifestando così un desiderio di salvezza. I farisei e gli scribi, invece, mormorano, svelando ostinazione e rifiuto.
Il motivo del mormorare è dato dalla prassi di Gesù di "ricevere i peccatori". Il verbo usato dall'Evangelista più che ricevere significa "essere disponibili ad accogliere" ed esprime attesa e attenta sollecitudine (cf. Lc 2,25; 2,38). In Gesù vive un'attesa senza pregiudizi e una disponibilità senza limiti verso l'uomo e in particolare verso l'uomo peccatore. E questo fino a giungere a sedersi a mensa (con la carica simbolica di questo gesto) con i peccatori pubblici, con i lontani dalla Legge di Dio. Portiamo l’attenzione sui protagonisti della parabola.


II FIGLIO MINORE


Il peccato di questo figlio è un peccato che potremmo definire di pretesa autosufficienza. Egli ha rifiutato ogni legame, ha rinunciato alla casa paterna e non si è più riconosciuto come figlio, e figlio amato... E quindi "partì per un paese lontano" (Lc 15,11).
Questa indicazione di luogo non è tanto geografica quanto morale, spirituale. E giunge nella sua corsa verso il “fondo", a pascolare i porci (animali impuri) e a mangiare carrube, dopo aver sperperato tutto nella dissolutezza. Ciò che colpisce in questa prima parte del testo è il "silenzio" del Padre.
Un Padre rispettoso della tua libertà, che si "annulla" di fronte alla tua scelta e divide le sue sostanze. Dividere le sostanze é già un atto di misericordia pretendere tanto e per di più con il Padre ancora in vita, è un palese atto di ribellione, impensabile per la cultura orientale. Qui il figlio si dimostra già un “avventato" uno "scapestrato". E la legge era molto dura nel reprimere un tale atteggiamento (cf. Dt 21,18-21).

Il figlio vuole auto-gestire il grande dono della vita, ma ora muore perché lontano dalla fonte della vita: il Padre! Alle porte del caos più totale ha però un bagliore di luce: “Rientrò in se stesso e disse” (15,17). E' la conversione? E' il pentimento? Difficile dire, perché il cammino che si compie verso il Padre non sempre ha un inizio di chiarezza, di luminosità, ma comporta un chiarimento "strada facendo". L’importante è iniziare con umiltà. Assumersi le nostre debolezze tout court, farne una scala verso il Padre. E il Padre ci sorprenderà.

SPIGOLATURE

Il Silenzio del Padre è la sua PASSIONE segreta (cf. Ger 13.17).
Entriamo anche noi in questo silenzio!
È lo shabat ?
È la discesa agli inferi?
Chi potrebbe penetrarvi se Dio stesso non lo prendesse per mano? È l'umile Amore!

IL FIGLIO MAGGIORE

Il maggiore è sempre rimasto in casa ma, purtroppo, solo fisicamente. Come il minore anche lui non conosce il padre e quindi quando torna il figlio degenere non può capire la gioia, anzi: "Si arrabbiò e non voleva entrare" (15,28). Cosa fa il Padre? "Uscì a pregarlo" e ad ascoltarlo: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo ordine, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici" (15,29). Questo figlio si sente uno schiavo nella casa paterna, un oppresso sotto un duro e pesante giogo. E il Padre invece, è percepito come un tiranno ed ingiusto. “Figlio - risponde il Padre - tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi; perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita” (15,31-32).
Chiamandolo "figlio” il Padre gli ricorda che il rapporto con lui non può basarsi sul dare/ricevere ma sulla comunione ("tu sei sempre con me"). E che in forza di questa comunione "tutto ciò che è mio è tuo”. Poi gli ricorda un'altra cosa importante, che colui che viene apostrofato come "tuo figlio" in realtà è anche "tuo fratello".

SPIGOLATURE

“Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi?
Perché vi mettete su strade deserte?
Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore.
Egli è pronto.
Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato? Torna, torna al cuore”.

(Agostino d’ Ippona, Commento al Vangelo di Giovanni)


IL PADRE

Porgiamo ora l'attenzione sulla figura del Padre.
In questo Padre Gesù ha voluto farci contemplare l'icona della misericordia. Emergono i seguenti lineamenti:

a) il rispetto

Davanti alla richiesta del figlio minore: "Dammi la parte dei patrimonio che mi spetta", il Padre non oppone resistenza, ma "divise tra loro le sostanze” (15,12). Così facendo i1 Padre riconosce al figlio non solo un autonomia economica ma, più profondamente una autonomia esistenziale. Il termine "ton bion", tradotto generalmente con "sostanze", significa più esattamente "vita" e ritorna, significativamente, al v. 30, ove appare evidente che il figlio minore non ha sperperato solo i beni, ma soprattutto la vita.

b) la speranza

"Quando era ancora lontano, il Padre lo vide" (15,20b).
Questa capacità di vedere lontano "tradisce" ciò che il Padre ha consentito sempre in cuore: il ritorno del figlio. Il Padre ha sempre conservato in se stesso questa segreta speranza. Anche Dio ha speranza e proprio per questo conserva misericordia verso l'uomo peccatore. La speranza è la vittoria su ogni possibile risentimento.

c) la compassione

Il Padre "commosso gli corse incontro" (15, 20).
I1 verbo “splacnizo” traduce il fremito delle viscere paterne (cf. Is 49,15), e ricorda le rachamim (viscere di tenerezza) di Dio. La compassione, per Dio, non è un sentimento pietistico, ma un atto di solidarietà, di partecipazione piena e totale e di condivisione cordiale con ogni umana situazione

d) il coraggio

I1 Padre della parabola corre incontro al figlio. Questo atteggiamento è poco dignitoso, se non scandaloso, per la cultura dei tempo di Gesù. Possiamo ravvisare, in questo, il coraggio dell'amore. Per amare sinceramente bisogna avere molto coraggio. Coraggio del primo passo, coraggio di lasciare i vecchi rancori, l'orgoglio ferito e anche le proprie ragioni. Coraggio di gesti accoglienti, ove la distanza è superata nell'abbraccio che riconcilia. Ed è proprio in questi gesti che cogliamo l’inizio di una "nuova creazione". Se nella Prima narrata dalla Genesi Dio soffia nelle narici dell'uomo il "soffio di vita" (cf. Gen 2, 7), nella "ri-Creazione" del perdono "gli si getta al collo e lo bacia" (15,20 ss). E il bacio ci introduce "nell'al di là", ci fa appartenere a Dio oltre la morte (cf. Ct 1).
Sorprende che questo Padre non rimprovera il figlio, non punisca, non gli dice la fatidica frase tanto cara a molti genitori: "Io te l'avevo detto!”; anzi vi è un crescendo di accoglienza che parte dal dono della veste più bella (segno di reintegrazione nella dignità perduta), nell'anello (conferimento dei pieni poteri sui beni paterni) e ai calzari (una libertà ridonata, erano gli schiavi ad essere scalzi).
Il tutto culmina nella festa (15,23-24).
Non lascia sconcertati un Padre così?


SPIGOLATURE

"Il Salvatore è sceso sulla terra per pietà verso il genere umano. Egli ha subito le nostre passioni, prima ancora di soffrire la Croce, prima ancora che si degnasse di assumere la nostra carne: se non le avesse infatti subite fin dall'inizio, non sarebbe venuto a partecipare della nostra vita umana. Qual è la passione che egli subì innanzi tutto per noi? È la passione dell'amore.
Ma il Padre stesso, pieno di benevolenza, Dio dell'universo, pieno di misericordia a e di pietà, non soffre pure lui in qualche modo? Oppure tu ignori che quando Egli si occupa delle cose umane, soffre una passione umana? Il Signore infatti, tuo Dio, ti portò con la tua condotta come un uomo porta il suo figlio" ( Dt 1,31). Dio fa suoi dunque i nostri costumi, come il Figlio di Dio fa sue le nostre passioni.
Lo stesso Padre non è quindi impassibile! Se lo preghiamo, ha pietà e compassione. Egli soffre una passione di amore".

(Origene, Commento su Ezechiele)

 

PREGHIERA COME RISPOSTA AL SIGNORE (Cosa mi fa dire la Parola)

Gesù, tu sei venuto per accompagnarci, per compiere con noi, come un figlio prodigo, lontano dalla casa del Padre, lontano dalla gloria del cielo, il ritorno. Il tuo cuore è sempre stato pieno di nostalgia e di amore: le tue parole fanno ardere anche il nostro cuore di desiderio, perché in te noi incontriamo un fratello; in te noi scopriamo che cosa significa farsi solidali con coloro che sono poveri, miserabili, privi di tutto, anche della speranza. Noi non a-vremmo più osato presentarci al Padre. Hai indossato tu i laceri abiti e hai bussato per primo alla porta. Con te, dietro te, siamo entrati: e l'amore ci ha sorpresi.

 

CONTEMPLAZIONE DI DIO COL CUORE (Come gusto la Parola)

O Dio, allontanarsi da te è cadere, ritornare a te è risorgere, in te rimanere è costruirsi solidamente; o Dio, uscire da te è morire, avviarsi a te è rivivere, abitare in te è vivere [...]. Ricevi me tuo servo che fugge le cose ingannevoli che mi accolsero mentre da te fuggivo. Sento che devo ritornare a te; a me che busso si apra la tua porta; insegnami come si può giungere fino a te. Non ho altro che il tuo buon volere. So soltanto che le cose caduche e passeggere si devono disprezzare, le cose immutabili ed eterne ricercare.
È quanto so, o Padre, perché questo solo ho appreso, ma ignoro da dove si deve partire per giungere a te. Tu suggeriscimelo, tu mostrami la via e donami ciò che necessita al viaggio. Se con la fede ti ritrovano coloro che tornano a te, dammi la fede; se con la virtù, dammi la virtù; se con il sapere, dammi il sapere. Aumenta in me la fede, aumenta la speranza, aumenta la carità, o bontà ammirevole e singolare (AGOSTINO, Soliloqui, 1,2-4, passim).

IMPEGNO DI FARE SCELTE IN CONFORMITA ALLA PAROLA (Cosa decido di fare alla luce della Parola)
Ripeti spesso e vivi oggi la Parola:
«Mi indicherai il sentiero della vita» (Sai 15,11).

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Osservando il Padre riesco a individuare tre vie che portano a una vera paternità di misericordia: il dolore, il perdono e la ge¬nerosità. Può sembrare strano considerare il dolore come una via alla misericordia. Ma lo è. Il dolore mi chiede di consentire che i peccati del mondo - i miei compresi - strazino il mio cuore e mi facciano versare lacrime, molte lacrime per essi. Non c'è compassione senza lacrime. Se non possono essere lacrime che scorrono dagli occhi, devono essere almeno lacrime che sgorgano dal cuore. Questa afflizione è preghiera.
La seconda via che conduce alla paternità spirituale è il per¬dono. È attraverso il perdono costante che diventiamo come il Padre. Il perdono è la via per superare il muro e accogliere gli altri nel mio cuore senza aspettarmi nulla in cambio.
La terza via per diventare come il Padre è la generosità. Nella parabola, il Padre al figlio che se ne va, non solo da tutto ciò che questi richiede, ma lo colma anche di regali al suo ritorno. E al figlio maggiore dice: «Tutto ciò che è mio è tuo». Il Padre niente tiene per sé. Proprio come il Padre da tutto se stesso ai propri figli, così devo dare me stesso ai miei fratelli e sorelle. Gesù fa capire molto chiaramente che proprio questo darsi è il segno del vero discepolo. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Dare se stessi è un'au¬tentica disciplina perché è qualcosa che non scatta automatica¬mente. Ogni volta che faccio un passo nella direzione della ge¬nerosità, so di muovermi dalla paura all'amore.
Come Padre, devo credere che tutto ciò che il cuore dell'uo¬mo desidera si può trovare a casa. Come Padre, devo avere il coraggio di assumermi la responsabilità di una persona spiri¬tualmente adulta e di credere che la gioia vera e il pieno appa-gamento possono venire solo accogliendo a casa quelli che so¬no stati offesi e feriti nel viaggio della loro vita, e amandoli con un amore che non chiede né si aspetta niente in cambio.
C'è un vuoto terribile di questa paternità spirituale. Ma questo terribile vuoto è anche il luogo della vera libertà. Lì sono libero di ricevere i pesi degli altri senza alcun bisogno di valutare, classi¬ficare, analizzare. Lì in quello stato dell'essere che non si per¬metterebbe mai di giudicare, posso ingenerare una fiducia libe¬rante (H. NOUWEN, L'abbraccio benedicente, Brescia 1994, 190-199, passim).

Testimonianze

Sugli altipiani del Madagascar vive una suora di cui nessunoparla. Che volete? Non è una stella del cinema, non ha divorziato quattordici volte, non ha provocato scandali. Dunque non c'è
ragione che i giornali parlino di lei. Si chiama... Dopotutto non so neppure il suo nome: forse l'ha dimenticato anche lei! Per le sue sorelle, le missionarie, per i suoi bambini e i suoi lebbrosi, si chiama Anna Maria, suor Anna Maria.
Quando arrivò nel Madagascar aveva 24 anni: era giovane, piena di vita, veramente carina. I suoi superiori le assegnarono la sua missione nel lebbrosario di Maharahnà, presso Garanantehou: 414 Km. Li fece a piedi. È certo che, quando arrivò al lebbrosario di Maharanhà, si ripromise di non rifare a ritroso quei chilometri. Ha mantenuto la promessa con sublime fedeltà: sono 52 anni che si trova presso quel lebbrosario.
Non ne è mai uscita. Mi capite? Mai uscita in cinquanta-due anni, neppure una volta! Neanche quando la sua supcriora le disse che laggiù, in un piccolo paese d'Europa, la sua mamma e, poi, il suo papa erano morti. Non ha mai alzato gli occhi dai lebbrosi, se non per guardare il ciclo. La bella ragazza che, più di mezzo secolo fa, si era consacrata al più difficile, al più esaltante degli aposto¬lati, è ora diventata una vecchietta raggrinzita, il volto cotto dall'ardente sole dei tropici. Ma i suoi occhi! Sono quelli dei vent'anni! La primavera dei suoi occhi.

Bernardino Mauri
Da «Ascendere», Milano, maggio 1967, p. 4

 

Scuola di Preghiera

LA PREGHIERA DELLA SPOSA E DELLO SPOSO

L'evento pasquale ci rivela il significato dell'immagine sponsale che percorre tutta la Scrittura divenendo una delle immagini portanti della rivelazione. Dio è lo Sposo del suo popolo che egli ama con amore appassionato e infinito e chiede a Israele il contraccambio in fedeltà e amore ma, per la durezza del suo cuore, la sua Sposa è infedele e va dietro "ai suoi amanti", cioé è infedele all'alleanza che ha stretto con il suo Dio. Tutta la storia della salvezza è un'alternanza di fedeltà e infedeltà, di amore e indifferenza, di tradimento e di riconciliazione. La storia d'amore di Israele con il suo Dio è difficile e complessa, sono in gioco da una parte l'infinito amore di Dio e dall'altra la debole capacità umana di amare.
Questi stessi elementi ritornano nel Vangelo in cui la venuta del Signore viene vista come una "festa di nozze". Lo stesso segno iniziale che inaugura la rivelazione del Messia è quello delle nozze di Cana, lì dove 1'acqua dell'antico patto, decaduto per 1'infedeltà della Sposa, si trasforma nel vino nuovo dell'amore di Cristo, il Nuovo ed eterno patto stipulato sulla croce e che sarà pienamente compiuto alla fine della storia quando «la Sposa sarà pronta» (Cfr Ap 21).
Al centro della Scrittura il Cantico dei Cantici riassume questa fondamentale immagine della rivelazione in modo mirabilmente poetico ma ugualmente profondo nel tratteggiare tutti gli elementi fondamentali dell'amore che rivela il cuore di Dio e che costituisce il centro dell'alleanza nuova.
La preghiera del cristiano è fondamentalmente il gesto con cui il battezzato realizza il suo essere per Dio che dal battesimo significa «nozze», rapporto sponsale, patto di fedeltà nell'amore, rinuncia al tradimento e ad «altri signori» a cui donare il nostro amore. In questa prospettiva 1'amore dello Sposo e della Sposa diviene l'amore tra Cristo e la Chiesa che in ogni cristiano diviene vivo e presente.

Ct 4,7-9.12-15
Lo sposo
Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Vieni con me dal Libano, o sposa, con me dal Libano, vieni! Osserva dalla cima dell'Amana, dalla cima del Senìr e dell'Ermon, dalle tane dei leoni, dai monti dei leopardi. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana! Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Vieni con me dal Libano, o sposa, con me dal Libano, vieni! Osserva dalla cima dell'Amana, dalla cima del Senìr e dell'Ermon, dalle tane dei leoni, dai monti dei leopardi. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana! Quanto sono soavi le tue carezze, sorella mia, sposa, quanto più deliziose del vino le tue carezze. L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di cipro con nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo con ogni specie d'alberi da incenso; mirra e aloe con tutti i migliori aromi. Fontana che irrora i giardini, pozzo d'acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano.

Ct 5,10-16
La sposa
Il mio diletto è bianco e vermiglio, riconoscibile fra mille e mille. Il suo capo è oro, oro puro, i suoi riccioli grappoli di palma, neri come il corvo. I suoi occhi, come colombe su ruscelli di acqua; i suoi denti bagnati nel latte, posti in un castone. Le sue guance, come aiuole di balsamo, aiuole di erbe profumate; le sue labbra sono gigli, che stillano fluida mirra. Le sue mani sono anelli d'oro, incastonati di gemme di Tarsis. Il suo petto è tutto d'avorio, tempestato di zaffiri. Le sue gambe, colonne di alabastro, posate su basi d'oro puro. Il suo aspetto è quello del Libano, magnifico come i cedri. Dolcezza è il suo palato; egli è tutto delizie! Questo è il mio diletto, questo è il mio amico, o figlie di Gerusalemme.


(Ringrazio sentitamente la sig.na Sciobica Alessandra per il suo lavoro al computer)